venerdì 10 maggio 2013

Uzbekistan. Riflessioni sparse sulla strada tra Khiva e Bukhara

Ricominciare dall’Uzbekistan, sulla strada che da Khiva risale verso Bukhara. Che idea folle. Poteva venire in mente soltanto a me.
La sabbia sta riconquistando la strada goffamente e presuntuosamente distesa dall’uomo su un deserto che non vuole confini né padroni. E così il gelo dell’inverno e le temperature elevatissime dell’estate, che qui sembra voler cancellare dalla terra ogni essere vivente, hanno corroso l’asfalto, riducendolo a brandelli, mentre a sinistra le dune avanzano sospinte dal vento con un movimento sinuoso, quasi animale.
Con uguale presunzione il mio pullman avanza traballante sui brandelli di asfalto, con il suo carico di turisti, qualche raro viaggiatore e una sognatrice a bordo. Una capsula di aria condizionata dentro la quale tintinnano indomiti, almeno loro, i miei bracciali d’argento. Provengono da terre dure e aride come queste, abitate da djenoun e sono la parte della mia anima evidente a tutti, o almeno a chi voglia vederla e ascoltarla mentre scorrono lungo il mio braccio.
Chissà se era un djinn anche l’uccellino temerario che ha volato per un po’ accanto alla nostra capsula, gareggiando contro il vento, quasi a dire che la vita era fuori, tra il cielo e le dune, nell’aria che passava tra le sue ali. Oppure il buffo topolino bianco che lottava contro una busta di plastica ai margini dell’asfalto, conducendo un ridicolo duello contro l’intrusione meschina e offensiva dell’uomo nel suo regno.
Intanto i miei pensieri tornano agli errori compiuti mesi fa, alla perdita di dignità. È possibile superare i propri errori? È più facile perdonare e dimenticare quelli degli altri, ma i propri? Questa volta ero andata avanti pur sapendo che stavo sbagliando, che stavo andando, come guidata da una strana corrente, contro il mio modo di essere, contro la mia anima. Ora, ferita, lei si era ritirata e dentro di me risuonava il vuoto in maniera insopportabile e insistente. Ho paura di questo vuoto, mi perseguita. Soltanto qualcuno migliore di me poteva regalarmi qualcosa per riempire a poco a poco nuovamente il vuoto. La prima era stata, paziente, mia madre, insieme a mio fratello. Chi altro? Qualche granellino di sabbia lo stanno ora portando l’uccellino e il topolino del deserto, oltre alle splendide persone dell’Uzbekistan.

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