mercoledì 24 ottobre 2012

Uzbekistan, Khiva. Il minareto Islam Khodya, racconti di condanne e schiavitù



Minareto della Madrasa di Islam Khodja
Le meraviglie di Khiva non sono finite qui.
Fin dall'esterno della città fortificata si può scorgere il profilo del più alto minareto di Khiva, quello della Madrasa di Islam Khodja, costruita agli inizi del Novecento dal primo visir del khan Mohammed-Rahim II. La lanterna superiore si trova a un'altezza di 45 m ed è ancora possibile salirvi da un'impervia scala a chiocciola.
Questi minareti, oltre che per la funzione originaria di punto da cui lanciare l'appello alla preghiera, servivano a molteplici scopi. Erano infatti un ottimo punto di osservazione da cui controllare il centro abitato, ma anche un'ampia porzione del territorio circostante; servivano come una sorta di faro per le carovaniere che percorrevano le piste del deserto e dovevano giungere a Khiva; infine, erano un mezzo per manifestare la magnificenza, la ricchezza ed il potere del khan o dei suoi funzionari.
Alcune cronache narrano inoltre di un utilizzo un po' cruento di alcuni minareti. Sembra infatti che le condanne a morte fossero eseguite lanciando il condannato dentro un sacco dalla lanterna del minareto. Non è il solo supplizio eccentrico riservato ai condannati e anche nelle torture i khan di Khiva e delle altre città della Transoxiana esercitavano, potremmo dire, un certo grado di fantasia. E' difficile oggi, camminando per queste tranquille cittadine, immaginare che possano essere state teatro di atroci crudeltà e gli scarni musei che dovrebbero offrire un'idea delle prigioni e degli strumenti di tortura (uno lo trovato proprio a Khiva a sinistra dell'ingresso alla Kuhna Ark, l'antica fortezza) non offrono che una pallida immagine di questo aspetto. A tale proposito una lettura interessante potrebbe essere quella del diario di viaggio di Arminius Vambéry, Un falso derviscio a Samarcanda, pubblicato nel 1997 dal Touring. Nella seconda metà dell'Ottocento lo storico e linguista ungherese viaggiò travestito da derviscio attraverso l'Asia centrale, visitando Khiva, Bukhara e Samarcanda e lasciando nel suo diario una vivace testimonianza delle vicende di quell'epoca. In realtà sono stati sollevati alcuni dubbi sull'assoluta veridicità dei suoi racconti, ma rimane comunque una lettura molto interessante.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che le città poste lungo la Via della Seta ospitavano spesso, come a Khiva, un fiorente mercato degli schiavi. A Khiva gli schiavi incatenati venivano esposti e venduti sotto la volta della porta orientale di accesso alla città fortificata.

Nessun commento:

Posta un commento